mercoledì 20 maggio 2009

Reggio-L'Aquila, andata e ritorno

Ancora la Mediterranea in Abruzzo con una spedizione della scorsa settimana. Il preside di Ingegneria Adolfo Santini e altri sette colleghi della facoltà hanno vissuto due intensi ed impegnativi giorni a contatto con le popolazioni ed i soccorritori.
Al ritorno, il professor Santini ci ha portato molte foto e le impressioni di questa esperienza.


Com’è nata la missione a L’Aquila?
Noi ci occupiamo da tempo di ingegneria sismica anche collaborando con ReLUIS, la rete dei laboratori universitari di ingegneria sismica che ha la sede principale a Napoli.
ReLUIS ha avuto l’incarico dalla Protezione civile di organizzare quasi totalmente le verifiche di agibilità degli edifici danneggiati. Un po’ tutti i docenti italiani che si occupano di questi problemi si stanno alternando in Abruzzo perché il lavoro è intenso e ampia l’area interessata.
ReLUIS è presente con una delegazione che raccoglie le richieste di agibilità e le smista alle varie squadre. Noi eravamo in otto: oltre me i professori Enzo D'amore e Angelo Di Chio e gli ingegneri Francesco Nucera, Alfredo Cundari, Concetta Tripepi, Maria Grazia Santoro e Carmen Amaddeo.
Abbiamo avuto l’incarico di controllare edifici pubblici come l’Asl e Telecom, condomini privati ed esercizi commerciali per verificare le condizioni strutturali. Il risultato di ogni sopralluogo confluisce in una scheda, l’Aedes (Agibilità e danno dell’emergenza sismica), che attribuisce all’edificio una classe. Si va dalla classe migliore, perfetta agibilità, alla classe peggiore, assoluta inagibilità.

Quali i risultati?
Queste operazioni hanno anche un risvolto sociale, da esse dipende il ritorno delle popolazioni nelle loro case il più presto possibile e la riapertura delle attività commerciali. E’ urgente favorire la ripresa dell’economia, perché lì non lavora più nessuno. Siamo riusciti a far riaprire un bar e un negozio di alimentari perché esistevano le condizioni di sicurezza.
Dal punto di vista scientifico l’Abruzzo offre esempi per noi molto interessanti. Siamo riusciti ad entrare nella zona transennata de L’Aquila dove ancora le verifiche di agibilità non sono iniziate. Quelle che noi abbiamo effettuato si trovano nella fascia esterna del centro storico. Il centro è chiuso per i possibili crolli e il rischio di sciacallaggio. Ogni accesso è presidiato da un posto di blocco delle forze dell’ordine. Per entrare a casa, i residenti devono fare richiesta, aspettare il proprio turno e quindi essere accompagnati dai Vigili del Fuoco. Noi stessi, ottenuto il permesso, siamo stati scortati. E abbiamo visto gli edifici crollati... E’ stato piuttosto impressionante.
I Vigili del Fuoco stanno mettendo in sicurezza il centro, sostenendo tutto ciò che minaccia di crollare. Stanno anche fasciando i monumenti e rimuovendo le opere d’arte che sono trasportabili e che si trovano in edifici molto danneggiati.
Siamo rimasti due giorni e mezzo, dormivamo ad Avezzano. Abbiamo visto un grande sforzo organizzativo.

Questo terremoto ci ha insegnato qualcosa?

Ripercorrendo la storia italiana recente dei terremoti appare evidente che ogni evento di questo tipo causa danni sproporzionati rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare. Questo dimostra la fragilità del nostro territorio, del nostro patrimonio edilizio. Molti elementi osservati fanno pensare a errori di progettazione non voluti, dovuti alla mancanza di coscienza sismica che la nostra classe professionale tuttora ha in Italia.
Si è molto detto sulla qualità dei materiali e sulle imprese. Sicuramente c’è del vero, ma non si è detto che alcune soluzioni scelte non erano assolutamente adatte a edifici che prima o poi nella loro vita possono subire terremoti di questa intensità. Io ho visto edifici (come si vede in alcune foto) che hanno perso il piano terra. Se si fa un piano terra senza le tamponature, piano portico o con garage e si fanno le tamponature nei piani superiori si crea una struttura molto rigida sopra e molto flessibile sotto. Se c’è uno scuotimento tutta le deformazione si concentra al piano intermedio, non si distribuisce lungo l’altezza e spesso questo piano cede, soprattutto quando è molto poco armato come negli edifici che abbiamo esaminato. Quindi comincia ad oscillare su questi pilastri che si rompono alla base, si tranciano e l’edifico cade di un piano. E’ un errore di progettazione, è una cosa che tutti sanno che non si dovrebbe fare, ma si fa. Al momento non si può stabilire se concorre la cattiva esecuzione dell’opera; ma anche se fosse stata eseguita bene, l’edificio sarebbe crollato ugualmente per un errore di progettazione.
C’è molto da fare a livello di istruzione. In Italia scontiamo ritardi di decenni, abbiamo una nuova normativa all’avanguardia che rimane ferma nei cassetti e non diventa obbligatoria perché gli ordini professionali resistono, altre lobby resistono.

Qual è lo stato degli edifici pubblici a Reggio?
Reggio ha un vantaggio rispetto ad altre parti d’Italia: per effetto del terremoto del 1908 è stata dichiarata zona sismica e quindi c’è stata sempre un’attenzione nei confronti delle costruzioni che altre parti d’Italia non hanno avuto. Faccio l’esempi di Catania che forse è in una zona con una potenzialità sismica più pericolosa di Reggio; l’ultimo sisma distruttivo è avvenuto nel 1663, poi tutti se ne sono dimenticati. E’ stata dichiarata zona sismica nel 1981, quindi abbiamo tutta la città costruita prima delle norme antisismiche più elementari.
Comunque, non è detto che un edificio progettato a norma sia effettivamente sicuro, perché la cosiddetta concezione strutturale non è solo questione di regolamento ma dipende dalla sensibilità del progettista. I terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria sono più o meno uguali come potenzialità distruttiva; i danni esagerati rispetto all’intensità. Questo vuol dire che abbiamo un problema.

Siamo lontani dall’applicare quanto visto nel progetto del Museo in Iran, di cui lei si è occupato qualche anno fa?
Bisognerebbe cominciare a censire tutti gli edifici. Scopriremo che spesso si sono persi anche i progetti. E anche si quelli in cemento armato, nessuno fino ad ora si è mai preoccupato della manutenzione: col tempo i materiali si degradano, perdono le caratteristiche iniziali e bisogna intervenire. Per i costi e le difficoltà solo lo Stato può avviare un programma su larga scala. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche perché noi conviviamo con un rischio esagerato per la nostra società di cui non ci si rende effettivamente conto.

1 commento:

  1. Complimenti per il lavoro svolto all'Aquila

    RispondiElimina

É consigliato inserire la firma.
I commenti sono moderati, perciò non immediatamente visibili.