giovedì 16 luglio 2009

Il Laboratorio di Ingegneria Marittima ed i Dottorandi di Ricerca

Il dottorato di ricerca in “Ingegneria Marittima, dei Materiali e delle Strutture” nasce nel 2008 dalla fusione dei dottorati in “Ingegneria marittima” ed “Ingegneria dei Materiali e delle Strutture”.
Il nuovo dottorato, di cui è coordinatore il prof. Felice Arena, mantiene due curricula in “Ingegneria Marittima” (responsabile il prof. Arena) ed in “Ingegneria dei Materiali e delle Infrastrutture” (responsabile il prof. Adolfo Santini).
Il Collegio dei Docenti è composto da docenti della Mediterranea, docenti di altre sedi consorziate e da esperti internazionali.
Gli esami finali, per il conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca (cicli XX e XXI) sono stati svolti congiuntamente, per i due diversi dottorati, con una commissione internazionale composta da 5 membri: il prof. Pol D. Spanos (Rice University, Houston, Texas, USA), il prof. Maio Di Paola (Ordinario di Scienza delle Costruzioni presso l’Università di Palermo), il prof. Federico Mazzolani (Ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Federico II di Napoli), il prof. Eugenio Pugliese Carratelli (Ordinario di Idraulica presso l’Università di Salerno) ed il prof. Alessandro Mancinelli (Ordinario di Costruzioni Idrauliche e Marittime presso il Politecnico delle Marche di Ancona).

Sede degli esami il Laboratorio di Ingegneria Marittima, sul lungomare della città di Reggio Calabria, il 4 maggio 2009. Si è trattato di una scelta non casuale: il Laboratorio, di cui l’Università Mediterranea ha ripreso possesso, è una straordinaria opportunità per i dottorandi di ricerca che lavorano nel settore dell’Ingegneria marittima, dell’oceanografia e dell’ingegneria navale.



Uno dei principali obiettivi della nuova gestione del Laboratorio consisterà in un pieno coinvolgimento dei dottorandi di ricerca, anche di altre sedi, nelle attività sperimentali.
Già nel corso di questo anno accademico due dottorandi di ricerca hanno svolto attività formativa presso la Mediterranea, nell’ambito di un accordo di cooperazione internazionale tra la Mediterranea e la Technical University di Lisbona, Instituto Superior Técnico - Portogallo.



Ewa Antao, prima dottoranda, ha soggiornato a Reggio Calabria da settembre a dicembre 2008. In tale periodo ha seguito il corso di “Idraulica Marittima II”, tenuto dal prof. Arena in lingua inglese.
Attualmente la dott.ssa Petya Petrova sta soggiornando a Reggio Calabria (giugno-agosto 2009) per attività formativa presso la Mediterranea.




Seminari presso il Laboratorio di Ingegneria Marittima

Il 5 maggio 2009, presso il laboratorio di Ingegneria Marittima dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria (Rada delle Mura Greche), nell'ambito delle attività formative del Dottorato di Ricerca in “Ingegneria Marittima, dei Materiali e delle Strutture”, si tenuto il primo ciclo di ciclo di seminari.
I relatori, esperti internazionali nelle tematiche dell’ingegneria marittima e strutturale, hanno tenuto i seguenti seminari:
- Stochastic analysis of drill string vibrations in offshore engineering applications, Prof. Pol D. Spanos (LB Ryon Professor of Mechanical Engineering and of Civil Engineering, Rice University, Houston, Texas, USA)
- Engineering applications of fractional calculus, Prof. Mario Di Paola (Ordinario di Scienza delle Costruzioni, Università degli Studi di Palermo)
- On seismic protection of historical buildings, Prof. Federico Mazzolani (Ordinario di Tecnica delle Costruzioni, Università degli Studi di Napoli “Federico II”)
- The Quasi-Determinism theory of sea waves and its applications to ocean engineering, Prof. Paolo Boccotti (Ordinario di Costruzioni Marittime, Università Mediterranea di Reggio Calabria )
- Wave propagation over submerged porous beds, Prof. Alessandro Mancinelli (Ordinario di Costruzioni Idrauliche, Marittime e Idrologia, Università Politecnica delle Marche)
- On satellite wave measurements, Prof. Eugenio Pugliese Caratelli (Ordinario di Idraulica, Università degli Studi di Salerno).


I seminari hanno riscosso un notevole successo, con una numerosa partecipazione di Dottorandi di Ricerca (anche di altre sedi), di ingegneri e di studenti.



mercoledì 1 luglio 2009

Le ricerche di Paolo Boccotti, il cacciatore di onde nello Stretto




Di Paolo Boccotti
Ordinario di Costruzioni Marittime, Università Mediterranea



Nell'aprile 2009 il Laboratorio d’ingegneria marittima sul Lungomare di Reggio Calabria è passato sotto la diretta gestione dell'Università Mediterranea.
Tempo due mesi, e sono già stati completati due esperimenti: il primo sulle forze delle onde sulle dighe foranee, il secondo sugli “spettri direzionali delle onde” (che indicano le direzioni di propagazione delle varie frequenze con le quali pulsa l'energia delle onde di mare).
Gli esperimenti hanno richiesto quattro settimane di lavoro dall'alba a tarda sera, tutti i giorni, festivi inclusi. Il successo è stato pieno. Sono già partite le prime comunicazioni a convegni e sono già stati predisposti due articoli per riviste internazionali.

Entriamo nel concreto. Le
Istruzioni italiane per la progettazione delle dighe marittime hanno un'impostazione di avanguardia internazionale che trae origine dai risultati di due esperimenti pionieristici condotti dalla nostra Università nel mare di Reggio Calabria, uno nel 1991 e l'altro nel 1993.



L'
esperimento del maggio 2009 ha prodotto una conferma delle conclusioni di quei primi esperimenti, impressionante per la coincidenza dei numeri e ha consentito di chiarire ancora più a fondo la fisica di una diga battuta dal mare.
Di primo acchito si é portati a pensare che una diga investita dai marosi sia sottoposta ad una forza prevalente orientata dal mare verso terra.
L'esperimento appena concluso dimostra definitivamente che vale l'esatto contrario: la forza maggiore é una forza che tende a risucchiare la diga in mare. Se, sotto l'azione dei marosi una diga si sposta verso terra é solo perché nel momento in cui agisce la forza verso terra, in quel momento, si produce un aumento della spinta verticale (la spinta di Archimede) che riduce l'aderenza tra diga e suolo.
Per arrivare a queste conclusioni abbiamo sfruttato a fondo la peculiarità fondamentale del mare di Reggio Calabria che compresi giusto venti anni fa attraverso la semplice osservazione visiva, con il solo ausilio di un cronometro.
La peculiarità é questa: frequentemente un vento locale genera delle piccole onde che rappresentano eccellenti modelli in scala ridotta di forti tempeste; modelli nella corretta similitudine idraulica (similitudine di Froude).
Si noti che la similitudine di Froude richiede tra l'altro che la scala dei tempi sia pari alla radice quadrata della scala delle lunghezze, e che il modo di distribuirsi dell'energia rispetto alle varie frequenze di oscillazione e al ventaglio di direzioni di propagazione sia lo stesso nel modello in scala ridotta e al vero. Si tratta di una peculiarità eccezionale (in mare, oserei dire, unica a livello planetario) che a Reggio Calabria si realizza per una combinazione di fattori favorevoli che vanno dalle caratteristiche del vento, all'estensione di mare su cui il vento agisce, all'orientamento della costa.
Grazie a tale peculiarità fu possibile una vera
rivoluzione nel campo della ricerca di ingegneria marittima. Per la prima volta venivano studiati direttamente in mare i modelli in scala ridotta di strutture marittime; in mare anziché nelle tradizionali vasche di laboratorio attrezzate con macchine per la generazione di onde. La qualità del modello idraulico é la migliore possibile, e non esiste vasca al mondo con dimensioni e con potenza degli organi di generazione comparabili.
Ma la 'vasca' del laboratorio naturale di Reggio Calabria offre ulteriori opportunità che sono addirittura impensabili per le vasche di laboratorio tradizionali.
Infatti davanti a Reggio non si formano solo delle tempeste in scala ridotta, ma si forma tutta una molteplicità di altre situazioni ondose che possono essere via via sfruttate per nuovi studi.


É il caso del secondo esperimento, quello sugli spettri direzionali.
In due parole. Nel 2004 ho ideato un nuovo metodo per ricavare la direzione di propagazione di ciascuna frequenza di cui si compone un moto ondoso sulla superficie del mare. Se il nuovo metodo é esatto, allora dovremo trovare lo stesso risultato (cioè le stesse direzioni) sia a partire dalle misure delle onde in due punti sulla superficie del mare, sia a partire dalle misure delle fluttuazioni di pressione in due punti sott'acqua ad una profondità arbitraria. Vero o falso? Per rispondere occorre provare il metodo su condizioni di mare le più disparate possibili. Ora, stare un mese nel nostro laboratorio naturale é stato un po' come entrare in un magazzino super-fornito: in un mese abbiamo trovato una molteplicità, senza limiti, di sovrapposizioni di onde di vento (cioè sotto l'azione del vento che le genera) e di onde di mare-lungo, parte 'giovani' cioè generate nell'area meridionale dello Stretto, e parte 'vecchie cioè provenienti da distanze di centinaia di chilometri attraverso l'imboccatura sud dello Stretto.
L'esperimento, passato al vaglio di tutti quei mari, é riuscito in modo splendido: partendo dalle misure delle onde in due punti sulla superficie del mare o partendo dalle misure delle fluttuazioni di pressione in due punti sott'acqua, si sono trovate le stesse direzioni di propagazione frequenza per frequenza.
Dunque la risposta alla domanda fatta sopra: “vero o falso?” é vero, senz'altro vero!
Che significa in concreto? Significa potere rilevare gli spettri direzionali con massima affidabilità e con campagne di misura semplicissime e dunque molto poco costose. E conoscere lo spettro direzionale é fondamentale per prevedere come si eroderà una spiaggia, ovvero quanto tempo potrà durare un ripascimento artificiale, ovvero quale agitazione ondosa ci sarà nel bacino di un porticciolo turistico che abbia una assegnata planimetria.


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Il passaggio alla gestione diretta da parte dell'Università ha impresso un'accelerazione formidabile: oltre ai due esperimenti citati, si é tenuto un simposio in occasione degli esami finali dei dottorati di ricerca in strutture e in ingegneria marittima, simposio nel quale sono state presentate relazioni dal prof. Spanos (Rice University di Huston, Texas) e da diversi professori da varie sedi italiane.
Chi scrive ha tenuto una relazione sulla teoria di quasi-determinismo delle onde di mare, facendo riferimento all'esperimento in corso, cui gli astanti stavano assistendo in tempo reale.
L'accelerazione si manterrà se si avrà chiaro quello per cui mi sono tanto battuto negli ultimi anni. Se si avrà chiara, cioè, la differenza tra ricerca fondamentale e ricerca applicata, tra esperimento e campagna di misure. E ancora, se si avrà chiaro il fatto che il Laboratorio di ingegneria marittima di Reggio Calabria ha sempre fatto ricerca fondamentale (mai ricerca applicata), sempre esperimenti (mai campagne di misura); ed essendo in grado di fare questo, sarebbe un peccato se invertisse la rotta e si mettesse a fare ricerca applicata e campagne di misura.
Il rischio c'é stato e, a mio giudizio, c'é mancato un pelo!



Vediamo innanzitutto di intenderci sulla differenza tra esperimento e campagna di misure.
Esperimenti classicissimi sono quelli di Pascal.

Pascal prevede, ad esempio, che applicando un tubo sulla copertura di una botte, e versando acqua attraverso l'estremità superiore del tubo, la botte si riempirà, l'acqua prenderà a salire nel tubo, e se il tubo sarà sufficientemente alto ad un certo punto la botte si spaccherà.
Questo, anche se il diametro del tubo verrà fissato a piacere. Vero o falso? Sì o no? Si prova e si vede: un classico esperimento.
Quanto al tipo di ricerca, si tratta senz'altro di ricerca fondamentale. Pascal non concepì il suo esperimento perché un oste che voleva versare vino in una botte attraverso un lungo tubo volle prima fare una prova (e sarebbe stata ricerca applicata). Pascal comprese il concetto di pressione (un passo avanti rivoluzionario) e concepì il suo esperimento come conseguenza di tale concetto (se la pressione é quello che penso io allora, se faccio così e così deve succedere che...).
Si tratta di ricerca fondamentale perché il concetto di pressione é un concetto che ha una infinità di applicazioni.



Altro esperimento classico é quello di Einstein, l'esperimento che portò al famoso articolo del Times sulla 'fabbrica dell'universo'.
Come conseguenza della relatività generale, Einstein previde che la luce emessa da una stella dovesse flettere in modo apprezzabile passando vicino ad un corpo di grande massa come può essere il Sole. Dunque concepì un esperimento: fotografate il cielo durante un eclisse di sole, e, se ho ragione, troverete un'apparente variazione della posizione delle stelle. Due spedizioni inglesi fotografarono il cielo durante un'eclisse del 1919 e trovarono che sì era vero: c'era l'apparente variazione di posizione delle stelle, ed era una variazione dell'entità prevista da Einstein. Si tratta anche qui di un esperimento classico, il quale comporta una previsione e una risposta del tipo vero o falso, sì o no.

Nel nostro campo (l'ingegneria marittima), come in molti altri campi, si fa moltissima ricerca applicata e si fanno moltissime campagne di misura.
Esempio di ricerca applicata: si disegnano blocchi di calcestruzzo per moli a scarpata che, su base intuitiva, si ritiene possano resistere bene all'azione delle mareggiate. Si provano i nuovi blocchi su modelli in scala ridotta in vasche attrezzate con generatori di onde. Si registrano i danni prodotti da onde di assegnate caratteristiche, e si procede daccapo con blocchi di forma diversa, fino ad individuare empiricamente il blocco con la forma più efficace allo scopo.

Esempio di campagna di misura: si registrano le onde in una località, una registrazione di dieci minuti ogni tre ore. Avanti così per anni. Scopo: effettuare un'analisi statistica delle altezze, dei periodi e delle direzioni di propagazione delle onde in quella località.



Di esperimenti veri e propri, nel mio campo e nei campi affini, non ne vedo da anni. All'opposto nel mare di Reggio Calabria negli ultimi venti anni si sono eseguiti esclusivamente esperimenti, esperimenti in senso classico. Dunque, il laboratorio di Reggio Calabria non è unico al mondo soltanto per la struttura fisica e le tecniche operative, é soprattutto unico per il modo di fare scienza.
Purtroppo, lo ripeto, negli ultimi anni siamo andati vicini a smarrire questa seconda e più importante forma di unicità. Si badi bene, il cambiamento di rotta era ispirato dalle migliori intenzioni e dunque non c'é da parte mia alcuna forma di critica ad alcuno, anzi ho solo sincera gratitudine per tante persone che si sono appassionate al nostro laboratorio ed hanno contribuito a renderlo bello com’é.


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Concludo sul nocciolo della questione: in che modo finora il laboratorio di Reggio Calabria ha fatto solo ricerca fondamentale ed esperimenti in senso classico?
Nel periodo tra il 1978 e il 1988 misi a punto la teoria di quasi determinismo delle onde di mare. La teoria (v. i capitoli 9 e 10 del mio libro Wave Mechanics for Ocean Engineering, Elsevier Science,2000, 492pp) consiste in una soluzione in forma chiusa di meccanica probabilistica, basata su tre teoremi.
La teoria previde l'esistenza di una nuova struttura fisica: un gruppo tridimensionale di onde con una meccanica completamente nuova, che dovrebbe formarsi nel corso delle tempeste. La teoria descrisse dettagliatamente questa nuova struttura fisica; essa mostrò che il gruppo di onde ha una fase di sviluppo e una fase di decadimento con caratteristiche opposte; mostrò che ciascuna onda nel gruppo ha un vero e proprio ciclo vitale, e dunque il gruppo si rinnova come una famiglia di esseri viventi; la teoria dimostrò che l'onda massima nel corso di una tempesta é con grandissima probabilità l'onda centrale di uno di questi gruppi, al culmine della propria fase di sviluppo; la teoria infine rivelò una molteplicità di fenomeni meccanici che avvengono durante l'evoluzione del gruppo di onde, tutti fenomeni fino ad allora sconosciuti.
Per verificare la teoria posi nel mare di Reggio Calabria, una sorta di trappola formata da un reticolo di pali verticali con una disposizione opportuna sul campo. Ciascun palo sosteneva alcuni strumenti di misura. La mia idea era: se i gruppi di onde esistono davvero prima o poi uno di essi dovrà passare attraverso il reticolo di pali, cioè dovrà cadere nella trappola, e gli strumenti potranno verificare se esso ha la configurazione e la meccanica caratteristica prevista dalla teoria.
La domanda era: i gruppi di onde con quella meccanica caratteristica esistono davvero?
Sì o no? La risposta fu un sì pieno.
Era il 1990 ed il primo esperimento nel mare di Reggio Calabria era compiuto.

Seguirono diversi altri esperimenti alcuni dei quali miravano a verificare se erano vere o no altre previsioni della teoria di quasi determinismo,in particolare sul modo in cui onde gigantesche (si intende 'gigantesche rispetto alla media di una tempesta') si possono formare su una diga foranea o al largo di una diga foranea.


Un altro classico esperimento fu quello del 1993. Muovendo dalla teoria di quasi-determinismo avevo previsto che la forza orizzontale delle onde su un corpo isolato sott'acqua é più grande della forza su una massa d'acqua equivalente (per volume, forma e posizione ) esclusivamente a causa di un rallentamento della velocità di propagazione delle onde di pressione associate, sott'acqua, alle onde sulla superficie del mare.

Attraverso lo stesso ragionamento avevo previsto che la forza verticale delle onde su un corpo isolato sott'acqua é più grande della forza verticale sulla massa d'acqua equivalente, esclusivamente, a causa di un' amplificazione delle fluttuazioni di pressione sulla porzione superiore del corpo, e di una riduzione dall'ampiezza delle fluttuazioni di pressione sulla porzione inferiore del corpo solido. Anche qui si trattò di rispondere alla domanda vero o falso? sì o no? E fu ancora un sì nettissimo.
É poi del tutto evidente che si tratti di ricerca fondamentale: il corpo isolato potendo essere qualsiasi cosa: un viadotto sottomarino, una piattaforma petrolifera, un serbatoio subacqueo per lo stoccaggio del greggio, etc. Ci furono poi altri esperimenti che non rammento per non dilungarmi troppo.

Piuttosto voglio dedicare lo spazio che resta all'esperimento più emozionante, quello dall'esito più incerto, l'esperimento del 2005 sulla conversione dell'energia ondosa.
Nel 2002 avevo ideato un impianto per la conversione dell'energia ondosa nell'energia di una corrente d'aria a sua volta direttamente convertibile in energia elettrica. Allo scopo mi ero basato su uno schema preliminare di calcolo che avevo messo a punto per via analitica.
Nei due anni che seguirono mi 'ruppi letteralmente la testa', per risolvere rigorosamente il problema dell'interazione tra le onde e il mio impianto.
Il problema é molto complesso, perché l'impianto assorbe energia dalle onde, le quali onde non sono più le stesse che ci sarebbero se l'impianto non ci fosse, in quanto vengono grandemente deformate a causa dell'interazione con l'impianto. Alla fine compresi che esistevano infinite soluzioni ciascuna delle quali soddisfaceva istante per istante le equazioni di conservazione della massa e dell'energia. In altre parole il mare aveva infinite possibili strade per interagire con l'impianto. Quale strada avrebbe imboccato?
Ragionai così. Per far fluire l'energia dal largo all'impianto il mare ha bisogno di una strada asfaltata, diciamo così, con uno strato di energia (un tot di energia per metro quadrato). Il mare cercherà di fare fluire la maggiore quantità possibile di energia, utilizzando la minore quantità possibile di 'asfalto'. É uno scenario che presuppone una sorta di intelligenza da parte del mare.
Si tratta di filosofia bella e buona: dopo 35 anni che studio il mare sono convinto di trovarmi di fronte ad un'intelligenza meravigliosa capace di vagliare istantaneamente infinite possibili soluzioni, e scegliere all'istante la più intelligente.
Se é così si aprono due scenari diversi. Primo scenario: le onde che investono l'impianto sono onde di vento, cioè l'impianto é investito da una tempesta. In questo caso la soluzione più intelligente é la seguente: il mare amplifica le onde davanti all'impianto. L'amplificazione é minore dell'amplificazione che si avrebbe davanti ad una diga a muro, l'amplificazione si diffonde verso il mare aperto avanzando con la classica velocità cG, la velocità di propagazione dell'energia ondosa la quale dipende dal periodo dell'onda e dalla profondità dell'acqua.
Secondo scenario: le onde che investono l'impianto sono onde di mare-lungo.
In questo caso la soluzione più intelligente é la seguente: l’amplificazione delle onde davanti all'impianto è maggiore della amplificazione che si avrebbe davanti ad una diga a muro. Si diffonde verso il mare aperto avanzando con una velocità minore di cG, e in molti casi la velocità di avanzamento tende a zero. In questi casi si ha una super-amplificazione delle onde davanti all'impianto, la quale super-amplificazione resta confinata nelle immediate vicinanze dell'impianto e non riesce ad espandersi verso il mare aperto. In tali casi, non essendoci più energia riflessa che torna verso il mare aperto, l'impianto assorbe il 100% dell'energia ondosa incidente e la trasforma nell'energia di una corrente d'aria intubata, a sua volta convertibile in energia elettrica con un alto rendimento.
La conclusione é che, se si ammette che il mare scelga la soluzione più intelligente, si arriva alla conclusione che, in alcuni casi, c'é dell'energia ondosa (l'energia riflessa verso il mare aperto) che si muove con una velocità diversa dalla classica velocità cG. Si tratta di un'autentica 'picconata' alla base dell'idraulica: finora un caposaldo era che l'energia ondosa si propaga con la velocità cG.
Ad esempio quando ascoltiamo le previsioni meteo riguardanti i mari, esse sono fondate sul principio che l'energia ondosa si propaghi con la velocità cG. Prospettare che dell'energia ondosa in certi contesti possa avanzare con una velocità minore di cG è come, mutatis mutandis, prospettare che la luce in certi contesti possa muoversi con una velocità minore di c, cioè minore dei 300000km/s.




Era la fine del 2004, l'esperimento era previsto per la primavera 2005, allora pensai di formalizzare con una sorta di atto notarile la mia previsione prima dell'inizio dell'esperimento, e lo feci con una lettera alla rivista Nature, intitolata 'Is it possible to transform nearly the 100% of sea-wave-energy into a form suited to be converted into electric power?'.
Si prospettava un esperimento affascinante: é vero o falso che un impianto può arrivare a convertire il 100% dell'energia delle onde di mare-lungo nell'energia di una corrente d'aria intubata, grazie ad una super-amplificazione delle onde davanti all'impianto stesso?
Questa volta l'attesa della risposta era veramente al cardiopalma Le onde di lungo non vennero subito, ma quando arrivarono fu un tuffo al cuore. Non solo sfiorammo il 100% di conversione dell'energia ondosa, ma ancora più spettacolare, assistemmo, come previsto, a super-amplificazioni delle onde con l'energia ondosa davanti all'impianto che arrivò addirittura a 30 volte l'energia delle onde incidenti!

Anche qui é perfettamente evidente che si tratta di ricerca fondamentale. Noi non abbiamo montato un impianto disegnato su base intuitiva, per vedere come funzionava, e per migliorarlo alla luce delle osservazioni. Questa sarebbe stata la tipica ricerca applicata, come quella che si fa per migliorare l'aerodinamica di un veicolo attraverso la prova di esso in galleria del vento. Qui non solo l'impianto aveva una configurazione definitiva che non era minimamente oggetto di discussione, ma addirittura gli stessi criteri di progetto erano già stati definiti e pubblicati nel volume 'Gli impianti REWEC' (ed. BIOS, 2004) e tali criteri non sono stati modificati dall'esperimento.


L'esperimento ha scritto una pagina importante di ricerca fondamentale per due motivi. Primo: la prova che la velocità di propagazione dell'energia ondosa può essere minore di cG, risultato che sconvolge le basi stesse dell'idraulica marittima.

Secondo:il fatto che sia possibile convertire il 100% dell'energia ondosa.
Si tratta di un principio generale che non é legato al particolare impianto provato. É come quando il primo velivolo superò la velocità del suono: non era tanto importante che quel particolare velivolo avesse prodotto quella performance, quanto il fatto in sé che era possibile superare la barriera del suono. E infatti dopo di allora sono stati prodotti centinaia di aerei supersonici, da aziende concorrenti.

L'esperimento del 2005 ha avuto un bel riconoscimento: la rivista leader internazionale nel settore dell'ocean engineering ha pubblicato sullo stesso numero ben tre articoli per l'illustrazione della teoria e dei risultati dell'esperimento: uno spazio che sarebbe molto notevole già se dedicato ad una grande università americana, e diventa veramente straordinario se pensiamo che é dedicato ad una piccola università italiana.

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Spero di avere fatto comprendere la peculiarità del Laboratorio di ingegneria marittima dell'Università' Mediterranea, e l'importanza dell'intervento degli Organi dirigenti dell'Università volto alla conservazione integrale di tale peculiarità.