Di Nicola Tucci
Il 14 ottobre, presso la saletta Piccinato del Dipartimento di Scienze Ambientali e Territoriali dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nell’ambito delle attività del Dottorato di Ricerca in Pianificazione Territoriale, si è svolto il Seminario di studio su “E’ ancora utile il Piano?”.
Alla presenza di docenti, dottori di ricerca e dottorandi dei diversi cicli, la discussione si è protratta per l’intera giornata sugli aspetti teorici ed applicativi della disciplina urbanistica. Sono state proiettati e commentati diversi progetti urbanistici riguardanti realtà italiane (fra tutte gli interventi di riqualificazione per la città di Torino) e straniere. Sullo sfondo il tradizionale, mai tramontato, rapporto tra piano urbanistico e progetto urbano.
La relazione è stata tenuta dal Prof. Alex Fubini, Ordinario di Urbanistica del Politecnico di Torino, introdotto dal Prof. Enrico Costa, Coordinatore del Collegio dei docenti. Le conclusioni sono state affidate al Prof. Domenico Passarelli, componente il collegio del Dottorato di Ricerca.
Nella sua introduzione Enrico Costa ha posto l’accento sulla necessità di rivedere l’approccio culturale in riferimento alle diverse esigenze che oggi, più di ieri, interessano il governo del territorio. Un nuovo e diverso comportamento urbanistico che interessa –o dovrebbe interessare- tanto gli Amministratori quanto i Tecnici del territorio ancora non sufficientemente pronti a cambiare le regole per innovare e gestire le trasformazioni del territorio con più consapevolezza rispetto al passato.
Alex Fubini ha introdotto la sua relazione dicendosi non più completamente convinto del fatto che ancora oggi il piano, così come lo abbiamo conosciuto negli anni ’60-’70 (per come disegnato dalla legge urbanistica nazionale del 1942), può ritenersi come fatto innovativo e, ancor di più, che le leggi, forse, non sono più leggi di Riforma. Il piano non riesce più ad esprimere quei valori sociali “unificanti” che hanno caratterizzato il periodo del razionalismo che, con tanti difetti, ha consentito di costruire una base edificante della “costituzione locale valoriale” in cui i cittadini si riconoscevano. La grande spinta propulsiva dei piani urbanistici, anche di ultima generazione, ha lasciato il passo alla stabilizzazione di equilibri statici e funzionali ad interessi di pochi a fronte del bene comune e della equa distribuzione dei diritti dei cittadini, da sempre obiettivo principale della pianificazione urbanistica. Ancora oggi il piano non riesce ad essere strumento-guida delle trasformazioni urbanistiche.
Per Fubini c’è una forte resistenza al cambiamento che non incoraggia a migliorare le tecniche e le leggi che le sorreggono. Alla fine nulla cambia. E gli urbanisti non possono essere più pre-figuratori di una realtà visionaria che forse non ci sarà mai. Così come concepiti, gli strumenti urbanistici si prestano ad essere usati e, quindi, è necessario cambiare il modo di gestirli. Anche un piano seriamente redatto in fase gestionale può essere stravolto.
La conoscenza del territorio e delle sue dinamiche, per quanto puntuale ed approfondita, non può produrre prescrizione e quindi non indirizza alla scelta da compiere. La scelta è e rimane politica e pertanto bisognerebbe invertire la tendenza facendo seguire la conoscenza territoriale alle scelte politiche-programmatiche al fine di verificare, valutare e correggere le decisioni poste in essere.
Fubini si è poi soffermato sui punti deboli del piano, ripercorrendo le ragioni della crisi del piano, dal ricorso alle varianti urbanistiche alla incontrollabilità dei tempi del piano, fino a soffermarsi sulla scarsa capacità valutativa e sulla mancanza di una visione strategica che, nel migliore dei casi, si infrange sulle incoerenze poste da altri strumenti territoriali o da progetti di interesse superiore. Il piano urbanistico dovrebbe essere il “Piano di fatto”, un piano che registra ciò che si sta facendo sul territorio, monitorando e controllando, con le tecniche proprie della pianificazione urbanistica, le dinamiche e gli effetti che le trasformazioni determinano sull’assetto fisico, funzionale ed ambientale. In definitiva per Fubini non è il Piano che determina le trasformazioni. E dunque, per essere utile deve essere fatto a partire dalle trasformazioni urbanistiche che stanno interessando il territorio.
Il Prof. Passarelli nel concludere i lavori ha ripreso i tratti salienti della relazione di Fubini rilanciando le questioni prioritarie che devono accompagnare una seria ed efficace politica urbanistica. Nel condividere le apprensioni e le incertezze che investono il dibattito attuale, e la pratica urbanistica (camuffata oggi dalla nuova definizione del piano strutturale comunale) ripropone l’utilità del piano a partire dal ruolo sociale che lo stesso può svolgere. Un ruolo che gli deriva dalla capacità di individuare un’azione strategica protesa al raggiungimento di risultati integrati e sostenibili, nella piena consapevolezza di considerare la valutazione dentro l’azione del piano e che tale applicazione comporta un modo diverso di fare i piani comprendendo che “essa è un processo sistemico inteso a valutare le conseguenze sul piano ambientale delle azioni proposte al fine di garantire che tali conseguenze siano incluse a tutti gli effetti e affrontate in modo adeguato fin dalle prime fasi del processo decisionale, sullo stesso piano delle considerazioni di ordine economico e sociale.
Il principio dell’utilità del piano richiama la nostra costante attenzione in un momento in cui da molte parti arrivano tentazioni di considerare il piano ubanistico come un accessorio inutile per il governo del territorio, uno strumento obsoleto da sostituire (o contrastare) con strumenti più attraenti o seducenti (il Piano Casa?) ma, non sappiamo quanto più efficace. Il principio di complessità che deve orientare l’attività pianificatoria, richiedendo convergenza di saperi disciplinari, di competenze diversificate, ma anche di intelligenze collettive e saperi locali, in una continua evoluzione di conoscenza, di progetto e decisione. Per ultimo, ma non per minore importanza, il principio di territorialità che richiede il riferimento a specifiche realtà territoriali, a precise domande sociali e a relativi processi di identificazione, nella consapevolezza della indivisibilità delle relazioni tran-scalari e intersettoriali che legano ogni fatto insediativo e ambientale alla totalità del contesto.
Il Seminario si è arricchito con gli interventi dei partecipanti che oltre a porre quesiti pertinenti hanno mostrato grande interesse ed entusiasmo nel proseguire le proprie dissertazioni facendo tesoro delle sollecitazioni pervenute rispolverando, di fatto, il piano urbanistico e la sua utilità.
